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aereo

aereoEcco un tema che mi è molto caro (qui è Lo che parla), perché ogni tanto mi confondo e ci devo pensare su un attimo, facendo la faccia di quella che Giuro che a casa la sapevo!

Sveliamo subito il mistero: si dice aeroplano, ogni altro vocabolo che gli somigli vagamente non è corretto.
Però, si dice anche aereo (aereo è corretto), quindi, perché quando diventa esteso perde la /e/? Diranno subito i nostri piccoli lettori. Perché non è così che funziona!

Perché ci confondiamo fra aeroplano e aereoplano

(Otti è capace di confondersi anche con areoplano eh, per dirla tutta)
Come sappiamo già, esistono sia la parola aeroplano, sia la parola aereo. Siccome la prima è più lunga della seconda e comincia praticamente allo stesso modo, siamo portati a pensare che la seconda sia unabbreviazione della prima, un po come quando diciamo prendo lauto per non dire prendo lautomobile, che è un termine lungo e stancante (infatti Otti prende la macchina e non si pone direttamente il problema).

Per analogia con lautomobile, che è diventata auto, a un certo punto ci siamo immaginati che aereo fosse aereoplano piantato a metà, e pertanto che la parola lunga per indicare il mezzo di trasporto capace di solcare i cieli fosse quella.

Rivelazione-choc: non è così!

Aeroplano e aereo: due cose diverse

Almeno dal punto di vista della grammatica!

Aeroplano è una parola che deriva dal francese aéroplane; è un cosiddetto calco fonetico: ci serviva una parola, non ce lavevamo, labbiamo presa in prestito da una lingua che ce laveva e labbiamo italianizzata scegliendo fra i suoni più simili. I calchi sono una delle cose più divertenti di una lingua, ma purtroppo non mi posso dilungare; vi basti sapere che aeroplano è limitazione del francese aéroplane e che, pertanto, non vuole alcuna e dopo la r.

Aereo, invece, è un aggettivo usato come sostantivo, cioè una parola che indica una qualità usata come un nome.
Effettivamente è messo lì come ultimo baluardo di unespressione più ampia che è stata abbreviata, ma non si tratta di un pezzo di parola caduto (e comunque, anche fosse, non -plano), bensì del suo sostantivo, che viene omesso perché è talmente ovvio che si parli di quello, che non serve specificarlo tutte le volte.
Come a dire che non serve specificare veicolo aereo, basta dire aereo, perché praticamente non può essere niente altro che un veicolo: pandolce aereo non ha senso, seggiolone aereo nemmeno niente da fare anche con chiodo aereo, cappotto aereo, mattone aereo o broccolo aereo.
La prima parola che viene in mente legata al concetto di aereo è veicolo (per alcuni anche apparecchio, che in questo caso funziona allo stesso modo), quindi non serve più specificarlo: con aereo si intenderà veicolo aereo, senza equivoci.

È grave dire aereoplano anziché aeroplano?

Eh, via, proprio una cosa da nulla non è è come dire asafilusi anziché casa: usiamo una parola che non cè al posto di una che cè, però, lassonanza è tale che è abbastanza comprensibile confondersi (si noti che lo dico perché la cosa mi riguarda), quindi diciamo che lerrore non va commesso, ma che ci concediamo mezzo secondo di riflessione per ricordare quanto spiegato fin qui e fare la scelta giusta!

venale veniale

venale venialeSeee, va be, lo sappiamo, sto giochetto che vi chiediamo come si dice una cosa tipo: venale o veniale e poi vi diciamo tutte due, ma son due cose diverse comincia a stufare.
Noi potremmo non farlo più, voi, in cambio, smettete di fare casino con le parole.
E scusate il termine parole.

Come non confondere più venale e veniale

Oggi parliamo di venale e veniale, che in effetti si assomigliano parecchio e almeno hanno in comune il fatto di essere entrambi aggettivi, cioè parole che esprimono una qualità di qualcosa (che è espresso da un sostantivo, cioè un nome).
Per esempio, nella frase: Bruce è alto e bello, soprattutto alto, alto e bello sono gli aggettivi, infatti esprimono due fra le (mille) qualità di Bruce.

Cosa vuol dire venale?

Vuol dire vendibile, cioè qualcosa che può essere comprato per denaro; ora, non per stracciarvi le budella con il latino, ma sappiate che viene dalla radice venum, che voleva dire vendita ed è la stessa da cui tutti i vocaboli della famiglia derivano.
Per estensione, una persona venale non è necessariamente una persona corruttibile, ma è qualcuno di parecchio attaccato ai soldi, che pensa sempre al vantaggio economico di qualcosa o al proprio tornaconto.

Cosa vuol dire veniale?

Vuol dire perdonabile. Un peccato veniale è un peccato non poi così grave, qualcosa di cui si suppone che ci si debba vergognare o che si debba evitare di fare, ma a causa del quale nessuno brucerà allinferno per leternità e che si può scusare abbastanza facilmente.
Vi è mai capitato di dire chiedo venia nel senso di chiedo scusa/perdono?
Ecco, la venia è il perdono, quindi qualcosa di relativo al perdono è qualcosa che può essere perdonato.

È lecito confondere veniale e venale?

Pofferbacco, se siete stranieri di madrelingua non romanza e state appena imparando litaliano, è normale che vi confondiate fra due termini dallapparenza così simile (è un peccato veniale, per lappunto), altrimenti non dovreste.
Dal punto di vista semantico (cioè da quello del significato) non centrano niente luno con laltro, sono aggettivi che non dovrebbero neanche venirvi in mente per gli stessi sostantivi sarebbe un po come confondere alto con basso: entrambi sono fatti di due sillabe, entrambi finiscono per /o/, ma non significano la stessa cosa, non sono interscambiabili!
Provate a dire Bruce è basso e bello, soprattutto basso: come vedete, la frase non ha senso!

ehm

o-c-c-h-e-i forse ma forse, eh? abbiamo preso lesempio sbagliato
Ve be, tanto oramai avevate capito!

è

èOggi si va di approfondimento, vale a dire che ci pare il momento opportuno per mettere qualche punto fermo e definire meglio concetti che, nei post precedenti, abbiamo forse un po dato per scontati.
Non cercheremo di essere esaustive, sull’argomento di oggi, ma solo di dare due dritte prêt-à-porter.

ACCENTO: segno grafico che si piazza sopra una vocale. Significa che non vi fa utilizzare caratteri aggiuntivi nei vostri SMS.

Serve a dirci come pronunciare la parola (per esempio àncora è quella della nave ancòra significa unaltra volta). Sorpresa: tutte le parole italiane ne hanno uno! Ma di solito e per nostra fortuna non è obbligatorio scriverlo. Siamo tutti abituati a vederlo sulle vocali finali, come in andrò, finì, attività, dove invece dobbiamo metterlo per forza, però in questo abbiamo pochi problemi.

OPPURE

Serve a distinguere tra loro due parole  (di solito corte corte) che si scrivono nello stesso identico modo.

Per esempio, come abbiamo già visto, da > preposizione semplice, dà > voce del verbo dare; ma anche si > riflessivo (Otti si lava) e sì sapete quella parolina che è il contrario di no?

APOSTROFO: sempre segno grafico che, per sfiga sua, si fa più o meno come laccento, ma che non si trova mai sopra una vocale, bensì al termine di una parola. E vi obbliga a sprecare un carattere.

Serve a dirci che là, in fondo alla parola, mancano delle letterine, sono cadute, addio, ciao ciao, ma che la parola si può scrivere anche rimettendole al loro posto e levando quindi lapostrofo.

Per esempio, poco perde la sillaba finale co e diventa PO, quando può perdere la o finale e diventare quandanche. La parola con apostrofo, senza la sua sillabina o letterina mancante, di per sé non esiste e non sta in piedi da sola. Quand non esiste, siamo tutti daccordo vero? Ma lesempio più comune è proprio larticolo maschile LO: LO articolo, vedete, suona malissimo, quindi è diventato Larticolo.
L da solo mica esiste, no?!

Che domanda ci facciamo, per capire al volo quale dei due usare?

Chiediamoci semplicemente se là manchi un pezzo di parola: se sì, sotto di apostrofi, se no, sarà di certo un accento! Quindi, MAI PIÙ si hai ragione o, peggio, si hai ragione! E nemmeno piu , se è per questo

avverbi

avverbilaffascinante storia degli avverbi in -mente

E quando diciamo in -mente intendiamo che finiscono per -mente, non  quelli che uno ha in testa o forse sì.
ma adesso mettetevi comodi e lasciatevi raccontare una storiella, ché oggi siamo pigre e non abbiamo voglia di far lezione. Potete far merenda mentre parliamo, ma non masticate con la bocca aperta.

Tanto tempo fa, in una città non molto lontana (Roma), si parlava una lingua musicale e ben codificata, oggi chiamata latino.

Fra le caratteristiche di questa lingua, cera la declinazione dei nomi, cioè la pratica di esprimere la funzione delle parole nella frase non accostandole ad altre parole, come facciamo noi, ma cambiando un po le parole stesse, tipicamente solo il finale, così le parole restavano riconoscibili.
Il meccanismo logico è più o meno quello della coniugazione dei verbi: il finale ci dice chi sta facendo la cosa, linizio ci dice qual è la cosa che viene fatta. Ad esempio, mangio dice che chi sta mangiando sono io, mangiate dice che chi sta mangiando siete voi, eppure lazione resta quella di mangiare.
Ecco, in latino, questo meccanismo era in uso anche con altre parti del discorso fin qua tutto semplice, no?

La parola latina per mente, intesa proprio come facoltà intellettiva (non nel senso di egli dice una bugia!) era mens, ma a seconda del senso che le si voleva dare, come gli altri nomi, cambiava un pochettino: per darle una connotazione di possesso, ad esempio, si diceva mentis (della mente), per esprimere altre funzioni, spesso si usava un altro finale, tipicamente abbinato a delle preposizioni, e la parola diventava mente (nota per quelli che si stanno appassionando: è il caso ablativo, ma non vogliamo confondervi le idee, né fare latino).

Per dire che si stavano comprendendo le cose, allora, si poteva dire che si capivano con mente chiara, cum clara mente, che col tempo si è evoluto in clara mente, fino al nostro chiaramente.

Allo stesso modo, per dire che si aveva un atteggiamento disteso verso qualche questione, si poteva dire che la si stava affrontando cum serena mente (ehi, non illudetevi, non sono tutti così orecchiabili i termini latini, siamo brave noi a sceglierli comprensibili).

Ai parlanti di quelle epoche e delle successive, il meccanismo è piaciuto un sacco, e lo hanno applicato a spron battuto su praticamente tutti i vocaboli che trovavano. Col tempo, il suffisso (cioè il finale) -mente ha perso il significato di mente e ha sostanzialmente assunto quello di modo/ in modo.
La prova? Rileggete le righe precedenti!
Abbiamo detto praticamente e sostanzialmente, ed è chiaro che il senso di queste parole è, rispettivamente, in modo pratico e in modo sostanziale, cioè, in questo caso quasi sempre, senza stare a fissarsi sulleventuale eccezione.
Anche chiaramente oggi può avere una doppia interpretazione: vedo chiaramente significa vedo in modo chiaro, anche se vedo con mente chiara resta una parafrasi possibile.

Curiosità: siccome questo meccanismo si applica tuttora e si possono ancora formare avverbi in -mente nuovi, o consolidare luso di quelli meno comuni, in linguistica si dice che -mente è un suffisso produttivo.

Per via di questa sorta di discrepanza fra il significato letterale ed etimologico (cioè dellorigine della parola) e il significato pragmatico (cioè delluso comune), però, i puristi della lingua deplorano luso degli avverbi che finiscono in -mente.
Ve lo diciamo affinché ne siate a conoscenza, non affinché smettiate di usarli, perché sono di uso talmente (!) diffuso che è impossibile farne a meno, anche se la cosa migliore sarebbe limitarsi alluso  parsimonioso! di quelli ormai consolidati, evitando di piazzarli a destra e a manca indistintamente, sciattamente, qualunquemente!

rubrica

rubricaPrendiamo spunto per la lezione di oggi da un’acuta e ottimamente argomentata osservazione che ci è giunta la scorsa settimana, in calce al post sulla cimice: come sappiamo questa parola è solo femminile, ma viene utilizzata al maschile in alcune forme locali e dialettali.

Matteo ci segnalava correttamente la larga diffusione del cimice maschio, per esempio, nella sua provincia d’oringine, Padova. Cogliamo dunque la palla al balzo per fare il punto della questione, così possono leggerci anche gli amici che non hanno notato i commenti ai post, e portare un altro esempio simile per meglio spiegarci.

Domanda del giorno:

Voi dite rubrìca o rùbrica?

No perché, così per segnalarlo, la dizione corretta vuole l’accento sulla i. La ragione è da ricercarsi in tutta una serie di regole e passaggi fonetici che ci hanno traghettati dal latino (eccolo là, sempre lui) all’italiano moderno. Eppure una larga, larghissima fetta della popolazione piazza l’accento sulla u.

Lungi da noi il voler spiegare la ragione del fenomeno, ci limiteremo a questa osservazione: in italiano, rubrìca è corretto, rùbrica no.

Perciò, se desiderate parlare correttamente la lingua nazionale, fateci caso e mettete l’accento nel punto giusto.

Ma vuol dire anche che sarebbe davvero bellissimo riuscire, per quanti ancora le parlano, a conservare forme e dialetti locali, in tanti casi considerati a tutti gli effetti vere e proprie lingue. Un’insindacabile ricchezza che va purtroppo perdendosi con le nuove generazioni, un po’ omologate (e appiattite) dai mass media.

Tutto sta nel saper distinguere e scegliere correttamente cosa dire in quale occasione. Un po’ come se scegliessimo tra italiano e inglese, per intenderci.

Quanto è grave l’errore?

Di per sé è un errore. Punto e fine. Un po’ come se dicessimo vadò invece di vado. O anche, se si vuole, come se dicessimo horse al posto di cavallo. In italiano spostare un accento è sbagliato, ma è altrettanto vero che, in base alle vostre valutazioni, all’ambiente in cui vi trovate, al vostro interlocutore e alle concessioni che decidete di accordare alle forme dialettali, benché stiate parlando in italiano, ecco che la parola rùbrica potrebbe spuntare tra le righe, senza grandi e terribili catastrofi. Come sempre, la cosa importante è essere consapevoli delle differenze e saper utilizzare le parole a proprio piacere.

E poi diciamocelo, se dobbiamo scriverla, l’accento sulla parola rubrica non ce lo metteremo mai. E abbiamo risolto! 😉

perchepoiche

perchepoicheAbbiamo pensato di cominciare bene l’anno e dedicare il primo articolo a una regola che non c’è… o non c’è più, non ne siamo certe, ma tanto non ci interessa.

Vi invitiamo, semplicemente, a fare una riflessione sulla meraviglia delle lingue, così, quando vi accosterete a una nuova, non vi lascerte scoraggiare facilmente.

Perché mai?

All’inizio dello studio di alcune lingue – ci riferiamo, in particolare, a inglese, francese e tedesco – sembra inutilmente complicato avere due parole per dire “perché”, una da usare nelle domande, una da usare nelle risposte (o nelle frasi affermative… le frasi normali).

Ebbene, la “notizia” è che anche l’italiano farebbe volentieri la stessa distinzione, solo che siccome qualcuno (più di qualcuno) ha smesso di farla, a un certo punto è diventato normale, e accettato, non farla più.

È vero che non è comune iniziare una risposta con poiché, ma non è inusuale usarlo per iniziare a dare una spiegazione, il che rappresenta una situazione piuttosto simile.

Esempio:

Domanda: “Perché vai via?”, non domanderemmo mai “Poiché vai via?”.

Risposta: “Poiché mi hai stufato con tutte queste regole, me ne vado!”, rispondo usando il poiché, spiego perché me ne vado, anche se è raro che risponda semplicemente “Poiché mi hai rotto!”.

Non perdetevi in un bicchier d’acqua, quindi, amati alunni, e ricordate questa distinzione.

Sarà più facile, d’ora in poi, ricordare e usare correttamente la distinzione fra why e because, pourquoi e parce que, warum e weil, e tutti i loro analoghi in lingue che ora non ci vengono in mente.

beh

behEh be’… se ne vedono di tutti i colori.

Se volete conoscere se sia più corretto be’, beh o bè, ora ve ne spieghiamo anche il perché, se pensate che non sia importante, continuate pure a fare il verso alle pecore.

Va be’, ma non vuol dir niente, no?

Supponiamo che uno dei motivi per cui “be’” si vede in giro in grafie tanto disparate consista nel fatto che ha perso un po’ di significato, cioè viene usato come intercalare, come “verso”, e pertanto si ritiene sia sufficiente riprodurre fedelmente il suono.

Tragicamente, così è, perfino la Treccani si è rassegnata alle mille grafie, ma il punto è un altro: che cosa significa?

“Be’” significa “bene”. Anzi, è proprio la parolina “bene” che – dovendo essere usata come un intercalare – ha perso la parte finale, per poter essere pronunciata rapidamente, in modo distratto e pigro, senza neanche arrivare in fondo alla parola.

Così, il modo migliore di scrivere “be’” è con l’apostrofo, allo stesso modo in cui è con l’apostrofo l’unico modo giusto di scrivere “un po’” (e con tutti i siti che lo dicono e i grammar-nerd come noi che ve lo suggeriamo, se lo sbagliate ancora lo fate apposta, e vi meritate le prese in giro).

Bè con l’accento esiste perché ricalca perfettamente il suono di be’ (la /e/ di “bene” è molto aperta e ci vuole l’accento grave per farlo sentire, ne conveniamo), e siccome è ormai un versaccio, ce lo facciamo andare bene lo stesso. Non ci piace tanto, ma ormai ce l’abbiamo e ce lo dobbiamo tenere.

Beh con l’acca ci fa un po’ paura, ma è molto diffuso.
Ipotizziamo che nasca come retroformazione dalla forma elisa, che è un modo incomprensibile per dire che ci immaginiamo che a un certo punto, quando si sono visti in giro tanti be’ (con l’apostrofo), qualcuno si sia domandato al posto di cosa potesse stare l’apostrofo e si sia risposto “h”, perché il suono è lungo.
Non prendete per vera questa storia, è una spiegazione che ci siamo inventate per farcene una ragione, dovete capire che per noi è molto difficile concepire che possano esserci più grafie di uno stesso lemma…

Be’? Tutto chiaro?

Come scegliere tra be’, beh e bè?

Siccome c’è molta tolleranza, non serve che stiate là a scervellarvi, nessuno vi dirà niente se usate una versione meno “pura”.
Per vostra informazione, la più corretta ci sembra be’, perché ricalca e rispetta il percorso attraverso il quale questa parolina è nata.
Diciamo che se fate un commento su un social, potete scriverlo senza pensieri (anche se aggiungere sciatteria a una categoria di testi già sciatti non ci pare una bella idea), se, invece, scrivete un tema o un testo che deve apparire curato, sarebbe meglio rifletterci un momento e optare per la versione apostrofata.

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