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c'entra o centra

L’avvento dei social media ha rivoluzionato la nostra società. Quasi tutti hanno un account Facebook, Instagram, Twitter, Snapchat, ecc. ed ognuno lo utilizza in modo diverso. Io faccio parte della categoria “uso moderato”, a cui sono iscritti (senza saperlo) tutte quelle persone che preferiscono leggere piuttosto che pubblicare.

E’ proprio in questo mio peregrinaggio tra i tantissimi post pubblici e privati che mi imbatto, a volte, in errori grammaticali e di forma che mi fanno accapponare la pelle. Mi capita spesso quando leggo i commenti pubblicati dagli utenti, e non vi dico cosa i miei occhi sono costretti a leggere, ahimè.

Tempo fa, mi sono imbattuto in un post che parlava di calcio. Scorrendo i commenti, un utente ha lanciato un anatema subito dopo aver pubblicato un suo commento: “Scusate, ma si scrive ‘che centra’ o ‘che c’entra’?”. Questo perché, siccome aveva scritto “che centra”, si ero poi posto il dubbio se era corretto o meno e quindi aveva chiesto lumi agli altri utenti. In molti si erano prodigati, come spesso accade, a commenti ironici o offensivi, mentre in pochi gli fecero notare l’errore ortografico. Io? Mi sono limitato a leggere e basta.

Si scrive “c’entra” o “centra”?

“Questa domanda esploderà dopo dieci secondi di mancata risposta”. Non scappate per la paura, stavo scherzando! Se vi serve tempo per riflettere, non ve lo concedo proprio perché non voglio rimanere piantato davanti al PC per svariate ore. Come al solito, vi spiego tutto io.

In realtà, come ormai la maggior parte di voi sapranno, entrambe le forme sono corrette, soltanto che hanno significati diversi. Andiamo a vedere cosa dice in merito a “c’entra” il vocabolario: “Nel significato di ‘ha attinenza, ha a che fare con qualcuno o qualcosa’, la grafìa corretta è c’entra. Infatti, sia pure in un uso figurato, si tratta di una voce del verbo entrare preceduta da ci in funzione di avverbio di ->luogo, che davanti a vocale è soggetto a ->elisione (ci entra -> c’entra). Invece, per quanto riguarda “centra”, il vocabolario si esprime così: “Centra, senza apostrofo, è una forma del verbo centrare (‘colpire il bersaglio’, anche in senso figurato)”. Quindi, esiste nella nostra lingua, ma ha un significato diverso.

Conclusione del dilemma con alcuni esempi

Detto questo, è lampante come sia abbastanza semplice evitare di scrivere c’entra anziché centra e viceversa. La cosa fondamentale, quando si scrive, è prestare molta attenzione al contesto in cui va inserita una parola, che sia aggettivo, verbo, congiunzione ecc. non ha importanza.

Ecco alcuni esempi con “c’entra” e “centra”:

  • Io non c’entro niente con questa lite.
  • In macchina c’entra tutto?
  • Antonio centra il suo obiettivo scolastico.
  • L’arciere centra il bersaglio.
come si scrive taccuino

“Se hai un dubbio, rivolgiti ad un professionista”. Non ricordo dove ho sentito questa frase, forse in un film oppure l’ho letta in un libro o l’ho sentita dire a qualcuno. Sta di fatto che mi ronzava in testa da stamattina e l’ho associata agli errori che si commettono in grammatica. “Quale sarebbe il nesso?”, vi chiederete. Un maestro/maestra o un professore/professoressa di italiano non lo sono forse?

Io no, ma ho imparato nella vita che chiedere lumi a qualcuno che ne sa più di me non significa avere poca fiducia in sé stessi oppure soffrire del complesso di inferiorità, così come è sbagliato non ascoltare gli insegnamenti altrui, soprattutto a scuola. Quando la distrazione o la supponenza prendono il sopravvento, ecco che emergono poi degli errori grammaticali che farebbero rivoltare nella tomba i più grandi scrittori o poeti della letteratura italiana passata, nonché il ribrezzo di quelli ancora in vita.

Taccuino, tacquino o taqquino?

Nella nostra amata lingua, esistono delle zone grigie che danno la possibilità di utilizzare l’una o l’altra forma. Poi c’è la zona che io chiamo “univoca”, dove la forma corretta è una sola e non può essere “MAI” messa in discussione. Chi lo fa, si sta macchiando di vilipendio alla lingua italiana e merita di essere messo in castigo a fissare un angolo.

L’erroraccio in questione riguarda il sostantivo maschile “taccuino”, che a volte viene scritto “tacquino” o “taqquino”. “Possibile che qualcuno commetta un errore del genere?”, penserà qualcuno di voi. “Chi dice che una cosa è impossibile, non dovrebbe disturbare chi la sta facendo”, disse Albert Einstein. Sono d’accordo quando si tratta di un genio a lavoro, ma il somaro necessita invece di essere “incomodato” e ricondotto sulla retta via.

Quindi, scontato che sapete benissimo cos’è un taccuino (quadernetto o un block-notes), puntiamo dritto agli errori di cui sopra. La cosa più strana e curiosa è che, nonostante la consapevolezza generale della sua forma esatta, quando su Google si digita tacquino, le occorrenze rilasciate dal motore di ricerca sono quasi 7.000, mentre per taqquino sono meno di 1.000. Con questo non voglio dire che l’ignoranza regna sovrana, ci mancherebbe. Ogni dubbio è lecito e cercare di scioglierlo significa che l’attenzione alla forma è più diffusa di quanto ci si possa aspettare.

La spiegazione è nella pronuncia

Quando esprimiamo vocalmente la parola taccuino, il grafema “cq” si sente eccome! Questo spiega il perché dei dubbi che perseguitano (si fa per dire) varie persone.  Onde evitare di perdere tempo a ricercare la forma esatta su Internet, basti sapere che le uniche parole che contemplano cq sono tutte collegate alla parola “acqua”, come acquitrino, acquedotto, acquazzone, ecc. L’importante è tenerlo sempre a mente ed evitare di commettere un errore ortografico di tale gravità.

ce ne vs ce n'è

Io vi capisco, sapete? Su cosa? Che, a volte, la lingua italiana può essere un intricato labirinto senza uscita. Ma è proprio la complessità che caratterizza la sua indubbia bellezza.

Ci sono tanti piccoli particolari, a volte irrilevanti, che fanno capire come la nostra lingua non è casuale ma è stata perfezionata fin nei minimi particolari nel corso dei secoli. Non dovete odiarla soltanto perché non è semplice come le lingue germaniche (inglese e tedesco), ma impararla bene a scuola, perfezionando il vostro bagaglio linguistico leggendo molto, pratica purtroppo di scarso utilizzo nell’attuale era tecnologica.

In questo articolo, parleremo di come utilizzare due forme grafiche molto simili ma che vanno applicate in contesti diversi: “ce ne” e “ce n’è”. Siccome l’argomento è alquanto complesso, gli esempi pratici sono d’obbligo.

Una premessa molto importante: ce ne e ce n’è non hanno lo stesso significato. Stampatevelo bene in testa, mi raccomando. Altra cosa di estrema importanza va rimarcata subito: all’interno di ce ne non esiste il verbo essere che funge da ausiliare. Niente panico, vi spiego. Prendiamo ad esempio la frase “Ce ne sono servite parecchie per vincere”: il verbo, essendo al presente, non ha bisogno di quello ausiliare. Chiaro?

Invece, ce n’è è di solito seguito da un participio, ad esempio “Non c’è stato abbastanza tempo per farlo”. In questo caso, il passato prossimo del verbo essere deve essere supportato da “è”.

Approfondimenti necessari

Le vostre menti…le sento ribollire dal dubbio…vi tirerei una secchiata d’acqua gelida per spegnerle, ma non posso perché, oltre ad essere fisicamente lontani da me, non otterrei nulla. L’unico modo per aiutare chi ancora non ha compreso appieno le differenze d’utilizzo delle forme ce ne e ce n’è sono gli esempi pratici.

Prima di procedere, mi preme puntualizzare un concetto, o meglio parlare brevemente di un errore che tanti commettono: c’è ne. Nella lingua italiana non esiste questa espressione in questa forma scritta. E’ un errore grave e commetterlo in un tema scolastico potrebbe portare ad un brutto voto, così come scriverlo in un messaggio o una email. Volete fare brutte figure? Penso di no.

Frasi con “ce ne” e con “ce n’è”

E’ arrivato il momento degli esempi pratici. Anche se le frasi utilizzate non sono complesse, sono ugualmente utili per comprendere il differente utilizzo di ce ne e ce n’è.

Frasi con ce ne:

  • Sappiamo molte cose su di te. Ce ne hanno raccontate tante.
  • Non ce ne siamo accorti.
  • Ce ne dai un pò di quella torta?
  • Non ce ne importa.
  • Ce ne vogliamo andare da qui?
  • Non ce ne possiamo disfare purtroppo!

Frasi con ce n’è:

  • Ce n’è poco di farina per fare una torta.
  • Ce n’è tantissimo di olio.
  • Non ce n’è più di caffè!
  • È proprio lontano! Ce n’è di strada da fare!
  • Hai mangiato tutta la marmellata o ce n’è ancora?
D eufonica

Avete mai sentito il modo di dire “parla come mangi”? Se sì, sapete cosa significa? Non vi scomodate se ne ignorate il significato, ve lo dico io: si dice a chi parla difficile quando non è necessario, ma dovrebbe farlo invece in modo semplice, così come il nostro modo di mangiare.

Vi starete chiedendo perché ho voluto citare questo modo di dire, giustamente. Ve lo dico subito: perché mi piaceva citarlo, semplice! Sto scherzando naturalmente. Ogni citazione deve essere finalizzata per esporre un concetto, ma che si incanala poi in una considerazione al di fuori della citazione stessa.

Il linguaggio semplice viene utilizzato tantissimo rispetto a quello più complesso o articolato. Il fatto che sia semplice non deve però portare ad una forma errata del parlato, perché poi l’errore molto spesso viene ripetuto quando bisogna scrivere. Quindi, il “parla come mangi” potrebbe, in questo caso, diventare “scrivi come parli”. Vuoi scrivere correttamente? Allora parla altrettanto correttamente.

Ci sono, però, alcune tipologie di errori che nemmeno il parlato corretto può evitare se non si conoscono bene le regole grammaticali, tipo quando bisogna utilizzare la “D” eufonica.

Che cos’è la D “eufonica” e quando si utilizza?

Qualcuno di voi, in questo momento, si starà grattando la testa cercando di tirare fuori la risposta. Smettetela di procurarvi un’inutile irritazione, ve lo spiego io. La D eufonica è quella che viene aggiunta alla A e alla E, che diventano AD e ED.

Per comprendere bene cos’è la D eufonica, è importante prima capire cosa sia l’eufonia. Come sempre, il vocabolario ci spiega esattamente il significato: “eufonìa – Buon suono, suono piacevole. In particolare, impressione gradevole data dall’incontro di certi suoni nel corpo di una parola o in parole consecutive, talora invocata in linguistica per spiegare taluni casi di assimilazione o di anaptissi”.

Sto parlando di un fenomeno contemplato dalla lingua italiana che comprende diverse lettere, le quali hanno funzione eufonica. Nel nostro caso, stiamo parlando della D, ma ci sono anche la R e la I.

La D eufonica viene utilizzata in italiano sia quando si parla che quando si scrive. “Io non la uso mai quando parlo”, dirà qualcuno. Ti sbagli invece, la usi sempre, soltanto che non te ne accorgi. Prova a dire “ad esempio” sia velocemente che lentamente. Hai notato come, anche nel primo caso, la D eufonica si sente?

D eufonica… dilemma risolto!

In definitiva, quando avviene un incontro tra vocali in un discorso, tipo “A” e “ECCEZIONE”, per evitare che venga dato adito ad una cacofonia o ad una difficoltà di pronuncia, viene aggiunta la lettera D alla particella “A”.

ma però

Tutti quelli anni passati tra i banchi di scuola, ad ascoltare lezioni e a studiare sui libri, avranno insegnato molte cose (almeno spero). Naturalmente, ciò che ho detto vale per chi, come me, non è più uno studente. Invece, tanti di voi che state leggendo questo articolo sono ancora alle prese con l’insegnamento scolastico.

Qual è la prima cosa che si comprende quando si impara a scrivere e a leggere? Che la lingua italiana, dal punto di vista della grammatica e della sintassi, ha delle regole che non si possono infrangere. Prendiamo ad esempio “ma però”: è corretto scriverlo? Prima di rispondere, vorrei chiarire un concetto, che potrebbe essere scontato, ma che in realtà non lo è.

Ci sono tante domande banali in apparenza, ma che necessitano di chiarimenti molto approfonditi. Quando ci addentriamo in riflessioni puramente linguistiche, non dobbiamo partire col presupposto che la lingua italiana possa essere ricondotta ad un’accozzaglia di regole arbitrarie. Ci sono tantissime variabili in gioco e che sono in grado di influenzarla.

Detto questo, vorrei adesso portare alla vostra attenzione un semplicissimo concetto: l’errore grammaticale. Avete sicuramente sperimentato sulla vostra pelle (o meglio con qualche pessimo voto) che molti di questi errori sono imperdonabili. Esistono però delle eccezioni, ossia quella tipologia di licenza grammaticale su cui si potrebbe chiudere un occhio in determinati contesti.

E’ lecito quindi dire o scrivere “ma però”?

Dove eravamo rimasti? Ho perso il filo….ah, sì, se è lecito il “ma però”. In poche parole, si può dire, ma non si può scrivere. “Come, posso dirlo ma non scriverlo!?”, penserà qualcuno di voi. E’ così, purtroppo. Se proprio non potete farne a meno, scrivetelo pure; l’importante è che lo fate in contesti informali.

Per contesto informale si intende qualsiasi tipologia comunicativa, sia orale che scritta, dove ciò che si esprime avviene al di fuori delle formalità, dell’ufficialità, in via amichevole per intenderci. Un esempio potrebbe essere quando chattate con un amico, amica, fidanzato, fidanzata ecc. In quel contesto informale potete farlo poiché è una conversazione privata e non pubblica.

Non posso scriverlo, ma però…

In conclusione, giusto per capirci meglio, nei contesti informali non significa che l’errore decade ma, al contrario, è sempre presente. Quindi, seppur non sia riconducibile ad un erroraccio in senso stretto, ricordatevi sempre di non utilizzarlo in contesti diversi, come in un tema scolastico o in un romanzo, semmai ne scriverete uno. Poi non dite che non ve l’avevo detto…

accondiscendente o accondiscente

In questo periodo un po’ complicato e particolare, ci saranno tantissimi genitori impegnati a tenere a bada i figli minorenni, soprattutto quelli più piccoli. Farsi ascoltare da loro non è così semplice (sono stato un figlio anch’io e, ogni tanto, sento ancora le urla di mia mamma che echeggiano nelle mie orecchie), così come ricevere attenzione. Perché questo discorso? Cosa c’entra con la grammatica? Se avete pazienza, ci arrivo.

C’è una particolare categoria di genitori, più diffusa di quanto possiamo pensare: quelli che lasciano fare a figli tutto quello che vogliono. Per quale motivo? Non sono uno psicologo e mi astengo dall’esserlo senza nessun titolo accademico. Però, dall’alto della mia ignoranza, potrei dire che forse sono troppo buoni, che non sono capaci di fare i genitori, che non hanno carattere sufficiente oppure che sono troppo impegnati col proprio lavoro da non avere tempo per educare a dovere i figli.

Insomma, si mostrano abbastanza arrendevoli quando devono far fronte ai loro capricci. In una parola: sono accondiscendenti. “Ma non si dice accondiscenti?”. Se hai questo dubbio, te lo sciolgo subito.

Accondiscendente o accondiscente?

Sicuramente, a volte, capita di vedere scritte male alcune parole, sia nei giornali di una certa rilevanza che all’interno dei comuni libri. Non è un delitto, ci mancherebbe; d’altronde, come dice la locuzione latina “errare humanum est”, ossia errare è umano. “Ma non è completa”, starà pensando qualcuno. Lo so benissimo. “Perseverare autem diabolicum” (perseverare è diabolico) subentra quando lo stesso errore viene ripetuto, e la parola “accondiscente” si ripete altrove nel medesimo testo scritto. Morale della favola, nella lingua italiana questa parola non esiste e la forma esatta è accondiscendente.

Volete sapere qual è il significato di questa parola vero? Ho capito: nonostante siete tutti a casa in quarantena, vi scoccia controllare il vocabolario online. “Dato che sto leggendo questo articolo, so benissimo che me lo dirai tu”. Mmm…mi sta bene, ma ti invito a farlo lo stesso, chissà, magari mi sto sbagliando no?

Allora, il vocabolario afferma questo: “accondiscendènte agg. [part. pres. di accondiscendere]. – Che accondiscende, condiscendente”. Si lo so, manca il significato della parola. Per trovarlo, basta scrivere condiscendente: “agg. [part. pres. di condiscendere]. – Facile a condiscendere, arrendevole”. Se qualcuno di voi adesso si sente confuso, stia tranquillo: scrivere accondiscendente o condiscendente è la stessa cosa.

Alcuni frasi per concludere

Assodato, senza dubbio alcuno, che la forma esatta è accondiscendente e non accondiscente, vi faccio un bel dono: alcune frasi tipiche dove si può utilizzare questo aggettivo. Eccole:

  • E’ un genitore eccessivamente accondiscendente con i propri figli.
  • Ho provato in tutti modi ad essere accondiscendente con lui.
  • Il difetto di Antonio è che vuole intorno a lui persone accondiscendenti.
assembramento o assemblamento

Essere costretti a restare chiusi in casa non è il massimo vero? Quando poi questa coercizione si protrae per settimane, la situazione può diventare pesante. Intanto, non ci sono alternative.

L’epidemia di coronavirus ha contagiato tante persone e sta mietendo molte vittime. Le uniche libertà concesse sono due: andare a fare la spesa e recarsi sul posto di lavoro. Niente più attività all’aperto e niente più jogging o passeggiate. Il motivo è chiaro: evitare gli assembramenti. Ma non si dice assemblamenti? Oppure entrambe? Bella domanda la vostra. Scommetto che adesso vorreste la risposta. Ok, ok, vi sciolgo ogni dubbio. Tanto non ho di meglio da fare!

Non c’è dubbio che, di questi tempi, tante persone si sono prese la briga di andarsi a cercare su un vocabolario cartaceo o online il significato della parola assembramento o assemblamento. D’altronde, dopo aver sentito ripetutamente frasi tipo “i luoghi di assembramento come pub, bar e scuole verranno chiusi”, non li biasimo se l’hanno fatto.

Prendiamo per prima in esame la parola assembramento: deriva dal verbo “assembrare” e significa “riunione occasionale di persone all’aperto per dimostrazioni o altro”. Chiaro vero? Quindi, niente riunioni di famiglia, tra amici e tra compagni di scuola: restate a casa! Volendo trasformare la parola al plurale, la forma corretta è “assembramenti”, ma è meglio non usarla o fare finta che non esiste in questo periodo, giusto per non cadere in facili tentazioni.

Insomma, si può dire assemblamento?

Volete sapere la risposta definitiva? Assolutamente no! Il perché è facilmente spiegabile, o meglio verificabile. Provate a digitarla all’interno di qualsiasi vocabolario online (tanto lo so che usate ormai solo quello!). L’avete trovata? No? Per quale motivo? Semplice: la grammatica italiana non la contempla assolutamente. “Ma io qualche volta l’ho trovata scritta all’interno di una frase”, starà pensando qualcuno di voi.

Chi si è lasciato andare a questa licenza grammaticale ha commesso un marchiano errore. La parola corretta, in realtà, è assemblaggio, e viene usata per fattispecie diverse dalla riunione occasionale di persone. In merito, il vocabolario recita così: “Nel linguaggio tecnico, il complesso di operazioni necessarie per mettere assieme le varie parti, precostituite, di un apparecchio, di un manufatto e similari”. Chiaro?

Evitare ogni “assembramento”

Insomma, abbiamo visto come la forma “assemblamento” è scorretta quanto un’entrata a gamba tesa di un giocatore su un altro. Vorreste fare del male alla nostra amata lingua italiana? Non credo. Quindi, quando vi capiterà di dover utilizzare la parola esatta in una frase, ricordate di scrivere “assembramento”. Prima di lasciarvi, un’ultima considerazione personale: state a casa, gli assembramenti torneranno presto non temete.

spegnere o spengere

Bella la grammatica italiana vero? Dalle elementari fino alle scuole medie (ma anche alle superiori) è un secchio d’acqua gelida sospeso sulle teste degli alunni seduti tra i banchi. Ogni volta che arrivava il maledetto esercizio di analisi grammaticale, quell’acqua si riversa sulla testa e manda il cervello in ibernazione.

Poi ci sono quelle belle parole che non sai mai come si scrivono esattamente…e arriva l’errore! Il peggio è quando ti convinci che una parola si scrive in un modo e, invece, scopri che esiste un’alternativa. “Eppure il vocabolario non mente: quella esatta è quella che ho scritto io!”, ti viene da pensare tra il furioso e il perplesso.

Prendiamo ad esempio il verbo spegnere. Alle scuole elementari mi hanno insegnato che è, senza dubbio, la forma esatta. Eppure mi è capitato di leggere o ascoltare il termine “spengere”. Se lo avessi scritto in un tema, la maestra si sarebbe indignata dopo averlo letto. Lo avrebbe sicuramente cerchiato di rosso, il rimprovero non sarebbe mancato e anche un possibile cattivo voto. E a casa poi? “Ma dove hai sentito che spegnere si scrive spengere?”. E vai col ceffone.

Morale della favola: si dice spegnere o spengere?

Per sciogliere ogni atavico dubbio, ecco venirci incontro la Treccani e il suo vasto database online: “spègnere (o spégnere; tosc. o letter. spèngere o spéngere)”. Cosa significa quel tosc.? Che la forma spengere viene utilizzata soprattutto in Toscana. Leggendo più avanti, la Treccani puntualizza però che uno scrittore nostrano che ha avuto particolare attenzione alla forma toscana, alla fine preferisce scrivere la forma spegnere. Sarebbe bello interloquire con Benigni per sapere cosa ne pensa ma, purtroppo, non è possibile (almeno che qualcuno di voi non abbia un rapporto stretto con il grande comico toscano). Se proprio volete togliervi definitivamente il dubbio, ci sono tante fonti su Internet da consultare, tra cui l’Accademia della Crusca, una sorta di ente di garanzia della lingua italiana.

Una volta fatta questa ricerca approfondita (l’ho fatto io per voi, tranquilli!), emerge in modo piuttosto evidente che il termine spengere è alla stregua di una forma dialettale con tanto di “licenza poetica”. Ma allora è consentito l’utilizzo nella forma scritta? No, è il perché ve l’ho già detto: è dialettale, e come ogni dialetto può essere utilizzato soltanto in forma orale. Ma, ahimè, è anche vero che il termine spengere è possibile trovarlo in qualche testo scritto, anche se molto raramente. E’ un errore dello scrittore allora? Dal punto di vista grammaticale sì.

In definitiva: spegnere o spengere?

Dal mio punto di vista personale, trovo spengere una forma difficile da masticare. Non l’ho mai utilizzata e credo che non lo farò mai. E’ pur sempre una forma dialettale appartenente alla Toscana, quindi non mi sembra il caso di utilizzarla in una conversazione oppure in una qualsiasi forma scritta. Per carità, i dialetti sono belli da ascoltare, ma lasciamoli confinati nel loro ambito regionale quando bisogna parlare o scrivere in “italiano”.

aereo

aereoEcco un tema che mi è molto caro (qui è Lo che parla), perché ogni tanto mi confondo e ci devo pensare su un attimo, facendo la faccia di quella che Giuro che a casa la sapevo!

Sveliamo subito il mistero: si dice aeroplano, ogni altro vocabolo che gli somigli vagamente non è corretto.
Però, si dice anche aereo (aereo è corretto), quindi, perché quando diventa esteso perde la /e/? Diranno subito i nostri piccoli lettori. Perché non è così che funziona!

Perché ci confondiamo fra aeroplano e aereoplano

(Otti è capace di confondersi anche con areoplano eh, per dirla tutta)
Come sappiamo già, esistono sia la parola aeroplano, sia la parola aereo. Siccome la prima è più lunga della seconda e comincia praticamente allo stesso modo, siamo portati a pensare che la seconda sia unabbreviazione della prima, un po come quando diciamo prendo lauto per non dire prendo lautomobile, che è un termine lungo e stancante (infatti Otti prende la macchina e non si pone direttamente il problema).

Per analogia con lautomobile, che è diventata auto, a un certo punto ci siamo immaginati che aereo fosse aereoplano piantato a metà, e pertanto che la parola lunga per indicare il mezzo di trasporto capace di solcare i cieli fosse quella.

Rivelazione-choc: non è così!

Aeroplano e aereo: due cose diverse

Almeno dal punto di vista della grammatica!

Aeroplano è una parola che deriva dal francese aéroplane; è un cosiddetto calco fonetico: ci serviva una parola, non ce lavevamo, labbiamo presa in prestito da una lingua che ce laveva e labbiamo italianizzata scegliendo fra i suoni più simili. I calchi sono una delle cose più divertenti di una lingua, ma purtroppo non mi posso dilungare; vi basti sapere che aeroplano è limitazione del francese aéroplane e che, pertanto, non vuole alcuna e dopo la r.

Aereo, invece, è un aggettivo usato come sostantivo, cioè una parola che indica una qualità usata come un nome.
Effettivamente è messo lì come ultimo baluardo di unespressione più ampia che è stata abbreviata, ma non si tratta di un pezzo di parola caduto (e comunque, anche fosse, non -plano), bensì del suo sostantivo, che viene omesso perché è talmente ovvio che si parli di quello, che non serve specificarlo tutte le volte.
Come a dire che non serve specificare veicolo aereo, basta dire aereo, perché praticamente non può essere niente altro che un veicolo: pandolce aereo non ha senso, seggiolone aereo nemmeno niente da fare anche con chiodo aereo, cappotto aereo, mattone aereo o broccolo aereo.
La prima parola che viene in mente legata al concetto di aereo è veicolo (per alcuni anche apparecchio, che in questo caso funziona allo stesso modo), quindi non serve più specificarlo: con aereo si intenderà veicolo aereo, senza equivoci.

È grave dire aereoplano anziché aeroplano?

Eh, via, proprio una cosa da nulla non è è come dire asafilusi anziché casa: usiamo una parola che non cè al posto di una che cè, però, lassonanza è tale che è abbastanza comprensibile confondersi (si noti che lo dico perché la cosa mi riguarda), quindi diciamo che lerrore non va commesso, ma che ci concediamo mezzo secondo di riflessione per ricordare quanto spiegato fin qui e fare la scelta giusta!

Seee, va be, lo sappiamo, sto giochetto che vi chiediamo come si dice una cosa tipo: venale o veniale e poi vi diciamo tutte due, ma son due cose diverse comincia a stufare.
Noi potremmo non farlo più, voi, in cambio, smettete di fare casino con le parole.
E scusate il termine parole.

Come non confondere più venale e veniale

Oggi parliamo di venale e veniale, che in effetti si assomigliano parecchio e almeno hanno in comune il fatto di essere entrambi aggettivi, cioè parole che esprimono una qualità di qualcosa (che è espresso da un sostantivo, cioè un nome).
Per esempio, nella frase: Bruce è alto e bello, soprattutto alto, alto e bello sono gli aggettivi, infatti esprimono due fra le (mille) qualità di Bruce.

Cosa vuol dire venale?

Vuol dire vendibile, cioè qualcosa che può essere comprato per denaro; ora, non per stracciarvi le budella con il latino, ma sappiate che viene dalla radice venum, che voleva dire vendita ed è la stessa da cui tutti i vocaboli della famiglia derivano.
Per estensione, una persona venale non è necessariamente una persona corruttibile, ma è qualcuno di parecchio attaccato ai soldi, che pensa sempre al vantaggio economico di qualcosa o al proprio tornaconto.

Cosa vuol dire veniale?

Vuol dire perdonabile. Un peccato veniale è un peccato non poi così grave, qualcosa di cui si suppone che ci si debba vergognare o che si debba evitare di fare, ma a causa del quale nessuno brucerà allinferno per leternità e che si può scusare abbastanza facilmente.
Vi è mai capitato di dire chiedo venia nel senso di chiedo scusa/perdono?
Ecco, la venia è il perdono, quindi qualcosa di relativo al perdono è qualcosa che può essere perdonato.

È lecito confondere veniale e venale?

Pofferbacco, se siete stranieri di madrelingua non romanza e state appena imparando l’italiano, è normale che vi confondiate fra due termini dall’apparenza così simile (è un peccato veniale, per l’appunto), altrimenti non dovreste.
Dal punto di vista semantico (cioè da quello del significato) non c’entrano niente luno con l’altro, sono aggettivi che non dovrebbero neanche venirvi in mente per gli stessi sostantivi sarebbe un po come confondere alto con basso: entrambi sono fatti di due sillabe, entrambi finiscono per /o/, ma non significano la stessa cosa, non sono interscambiabili!
Provate a dire Bruce è basso e bello, soprattutto basso: come vedete, la frase non ha senso!

ehm

o-c-c-h-e-i forse ma forse, eh? abbiamo preso l’esempio sbagliato
Ve be, tanto oramai avevate capito!

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